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Per la mia generazione la montagna è stata sinonimo di libertà. Non c’erano i telefonini, non confidavamo mai a nessuno dove saremmo andati, potevamo essere dovunque. Certo, dove arrivava un pulmann o una bicicletta… il che voleva dire circa una cinquantina di valli delle Alpi! Paolo, avevi 15 anni, io 17… oggi entrambi abbiamo più di un figlio di quell’età. Ci mostriamo orgogliosi le loro foto sui nostri telefonini: sono belli e pieni di vita, ma non li lasceremmo certo andare via così, all’avventura. E, quel che è peggio, forse a loro stessi non verrebbe mai in mente di farlo. Eppure era bello poterlo fare, avere la libertà di farlo, vivere ad un passo dalle Alpi e poter perdersi tra esse. Ero il capobanda di un pugno di ragazzini che, senza nessuna esperienza, nè arte nè parte, si affidavano a me.

Paolo, quella volta avevamo raggiunto la fine della Val Pellice un po’ in corriera e un po’ a piedi, ed avevo deciso che avremmo girato intorno al Monviso, il Re delle Alpi. Non avevamo itinerario nè meta, la notte dormivamo in una vecchia canadese azzurra con i pali in ferro (pesantissima e non teneva nemmeno l’acqua), la sera facevamo il fuoco. Avevamo ancora scarponi in cuoio, piccozze lunghe di recupero, ramponi spuntati che si sganciavano spesso. Eravamo saliti su per il Canale del Passo Due Dita, ma non ricordo se tu avessi mai camminato sulla neve e su quelle pendenze. Ed io non ti spiegavo nulla, bastava mi seguissi. Semplicemente avevo deciso che mi sarebbe piaciuto salire su per quello scivolo di neve. Come eravamo scesi? Davvero non ricordo, ci penso ora, ma forse a quel tempo neanche mi ero posto il problema. Quelle semplici avventure di ragazzi sono ormai come cicatrici che ci portiamo addosso. E non c’è neanche più bisogno, quando ti rivedo come l’altra sera, di dire “ti ricordi…”

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