
Patagonia
| Febbraio 2010 Hielo Continental Sur (Patagonia - Argentina) Mi sveglio che sono le due e realizzo che sono ancora qui, sdraiato nella piccola tendina che in questi giorni ci siamo abituati a considerare come nostra unica casa. I miei compagni a fianco a me dormono. Li invidio, vorrei anch’io riaddormentarmi, senza lasciare spazio ai pensieri. Dietro questi due sottili teli dorme lo Hielo, uno sterminato ghiacciaio, uno dei più grandi del mondo. Siamo ora un miniscolo puntino arancione sulla sua riva occidentale, e immagino di potermi vedere con google earth, semplicemente girando la rotella del mouse. Poche ore fa abbiamo traversato perpendicolarmente l’immenso mare di ghiaccio ed abbiamo potuto renderci conto della sua vastità. Poi, mentre stavamo cenando, il Cerro Torre si è concesso per qualche minuto, e per me e Luca è stata la prima volta: ci è apparso come un inaccessibile castello di ghiaccio, come quelli che vedi nei film fantasy. Uno di quei posti dove dimorano i signori del male… Siamo rimasti a bocca aperta, è davvero la montagna più bella e difficile del mondo, come molti dicono! Dopo 6 giorni che siamo in pista, tanti ne abbiamo dedicati ad arrivare sino a qua, ci è rimasta ormai un’unica cartuccia. O domani o niente, se sarà bello tenteremo la salita alla cima del Mariano Moreno… altrimenti torneremo, senza la vetta, la cosa più importante per un’alpinista. Questa notte è tutto calmo là fuori, per la prima volta in questi giorni la tenda non è piegata furiosamente dal vento e scossa da terribili rumori simili a treni in arrivo a tutta velocità… e tu ad aspettare lo schianto, ad occhi spalancati rintanato nel sacco a pelo. Un leggero ticchettio sui teli, annuncia i primi fiocchi. Si allontanano anche le nostre speranze di salire questa montagna, che da quasi una settimana caparbiamente rincorriamo, contro ogni logica di buonsenso, date le condizioni. Mai come qui in Patagonia ti senti in balia del fato, le tue chance dipendono solo dalla fortuna e dai capricci del cielo. Enrico ieri sera, vedendomi un po’ abbacchiato, ha detto che l’importante è vivere, e che in fondo stiamo vivendo una bella esperienza che ricorderemo per sempre. Ha ragione, la vetta non è così importante, è solo un retaggio dal quale non riusciamo a liberarci. Cerco di ripetermelo, mentre lentamemente i miei pensieri sfumano nei sogni… Mi trovo in un luogo sopra le nuvole, al di sopra dei venti, al sommo di eleganti creste orlate di cornici. I venti si placano improvvisamente, tutto è calmo, tanto che posso anche togliemi i guanti ed il piumino. Un mondo sterminato è ora sotto ai miei piedi. L’estasi dura però solo un attimo, forse cinque minuti, forse dieci. Mi assorbe improvvisamente il pensiero che dovrò dare tutto per tornare giù, per ritrovare quello da cui mi sono volutamente così allontanato… Sarò capace di superare ogni fatica ed ostacolo che mi si porrà davanti, pur di riprendermelo… Nel mese di febbraio 2010 un team di tre alpinisti, le guide alpine Enrico Rosso e Luca Macchetto di Biella e Maurizio Oviglia di Cagliari, hanno organizzato una spedizione alpinistica al Cerro Mariano Moreno, in Patagonia. L’obiettivo era la prima traversata dell’intera catena, un progetto ambizioso che prevedeva diversi giorni in piena autonomia e senza l’aiuto di portatori, in pieno isolamento. Oltre le già note condizioni climatiche della Patagonia, particolarmente difficili, il Cerro Mariano Moreno (salito per la prima volta da Walter Bonatti e Carlo Mauri, 4 febbraio 1958) si trova al di là dello Hielo Continental, uno dei più grandi ghiacciai del mondo e a giorni di cammino da El Chalten, unico centro abitato della zona. La salita è stata ostacolata dalla meteo avversa e dalle condizioni decisamente invernali della Patagonia di quest’anno, tanto che nessuno è riuscito a salire il Cerro Torre nell’intera stagione e solo una volta è stato salito il Fitz Roy. Partiti con tempo brutto e con 9 giorni di autonomia, i tre alpinisti sono giunti dopo 6 ore a Laguna Toro, con carichi di oltre 25 kg. Il giorno dopo il tempo stava peggiorando ma i tre sono riusciti ugualmente a depositare parte del materiale sotto il Colle del Vento. I due giorni successivi il tempo era proibitivo con venti sino a 150 km/h, pioggia e neve, e non è stato possibile uscire dalla tenda. Finalmente il quinto giorno il tempo è migliorato e con una tappa di 6 ore i tre si sono portati al di là del colle, sulla riva del ghiacciaio. L’indomani il tempo si presentava nuvoloso ed i tre alpinisti hanno deciso con un po’ di titubanza di continuare. La traversata del ghiacciaio (15 km) si è rivelata lunga e laboriosa e ben più difficile del previsto. Il riscaldamento globale ha creato negli ultimi anni una lunga zona crepacciata che ha obbligato i tre a lunghi ed estenuanti giri per trovare i passaggi. Oltre questa zona tormentata sembrava meglio, un lungo deserto bianco di 5 km separava dal Nunatak, la riva opposta. Ma dopo poco i tre si sono resi conto che sotto la neve era pieno di piccoli crepacci invisibili, molti dei quali colmi di acqua. Inevitabilmente sono finiti dentro a turno, bagnandosi completamente anche sin oltre la cintola. Dopo una progressione snervante di alcune ore, degna di un vero campo minato, hanno finalmente montato la tenda al di là dello Hielo, consapevoli che in queste condizioni una ritirata col maltempo non sarebbe stata facile. Il tempo ancora incerto sembrava volgere al meglio, e anche la pressione era in salita. Anche il Cerro Torre si è scoperto, apparendo ricoperto da una spessa coltre di ghiaccio. Ma la Patagonia è famosa per le sue bizzarrie ed il settimo giorno si è annunciato con un alba livida, dopo che di notte era anche nevicato. Ormai abbandonato il progetto della traversata, altamente rischiosa per la troppa neve, gli alpinisti hanno deciso comunque di tentare la salita di uno degli speroni della parete ovest del Mariano Moreno, la cui cima distava 2300 metri di dislivello dal campo. Dopo un’ora di cammino, tuttavia, è iniziato a nevicare copiosamente ed è stato giocoforza battere in ritirata. Rimanere al di là dello Hielo con la prospettiva di restare bloccati era troppo rischioso, così velocemente hanno smontato subito la tenda per cercare di riattraversare il ghiacciaio. In breve si sono però trovati immersi nella nebbia più totale nel centro del ghiacciaio, e solo con l’aiuto del gps sono riusciti a continuare e a raggiungere la sponda opposta. L’ottavo giorno il tempo era discreto, ma con vento forte e freddo: con una megatappa di oltre 20 km e 10 ore di cammino sono riusciti a rientrare a El Chalten. La spedizione si inseriva in un progetto commemorativo su Padre De Agostini, uno dei primi esploratori delle Ande Patagoniche e originario della zona di Biella, progetto che prevede nei prossimi mesi anche la realizzazione di un film ed un libro. La spedizione è stata supportata come materiali tecnici da 4810, Ferrino, La Sportiva e Petzl. .........................................................................................................(M.O.) |
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