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05 maggio 2009
24 aprile – Incontro con WALTER BONATTI
Venerdì 24 aprile ci siamo ritrovati con l’organizzazione del Piolet D’Or sulle rocce di Machaby, in Valle d’Aosta. C’erano i grandi nomi dell’alpinismo mondiale ed ab biamo passato una bella mattinata ad arrampicare insieme al settore La Gruviera. Tra i tanti, c’era anche Walter Bonatti, che è venuto fin sotto la falesia con sua moglie Rossana a tenerci compagnia. Dopo aver mangiato, Walter ha risposto alle domande dei giornalisti francesi ed inglesi e non ho resistito alla tentazione di fargliene un paio, dato che ero proprio seduto accanto a lui. Particolarmente loquace, forse a causa del buon vino dell’osteria di Machaby, Walter ha raccontato i suoi inizi ed il perchè, dopo il Cervino, prese la decisione di abbandonare l’alpinismo estremo. Poi ha raccontato la sua caduta dell’anno scorso che gli è costata la rottura di un piede: le operazioni e la lunga trafila per riprendere a camminare. Ma la terribile sensazione di non poter più riprendere ad arrampicare. Ha poi raccontato del suo rapporto con Epoca e con il giornalismo, la voglia di essere tutto se stesso, senza compromessi.
Però, lungo tutta la conversazione, una domanda mi frullava nella mente e non ero certo della risposta che avrebbe dato. Così ho finito per chiedergli:
“Walter, cosa hai provato quando hai saputo del crollo del Pilastro del Dru, una delle tue più celebri scalate?”
“E’ stato un colpo durissimo” – ha risposto Walter – “...perchè per me quel pilastro non era inanimato ma una cosa viva. Era come una bestia da domare, contro cui ho lottato al limite delle mie forze...” - “Ma... “ – ho precisato io - “...in realtà volevo sapere se quella via avesse un senso come avventura fine a se stessa o se, come un’opera d’arte, fossi orgoglioso di averla creata e del fatto che sopravvivesse al tempo”. – “L’alpinismo è come l’arte” – ha risposto Bonatti – “...l’importante per me non è vivere per me stesso ma lasciare un messaggio, sentire ciò che abbiamo dentro ed estrinsecarlo con l’azione. I muscoli sono solo il contorno, l’importante è che atraverso l’azione ci avviciniamo alla comprensione di noi stessi...” “Questo non è alpinismo... “ – ho osservato io - “E’ buddismo” – “Si” – ha risposto Walter sorridendo – “Anche se non sono mai stato credente, pur avendo molto rispetto per chi ha fede, sono in realtà molto religioso. Vedo la montagna con profonda religiosità, ma sono io il centro del tutto, me stesso, non una divinità. Questo è il messaggio che ho voluto lasciare agli altri con il mio alpinismo”
........................................................................................................M.O.
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