I PARADOSSI DEL PIACERE (2008)

Un paio di giorni fa sono tornato in un posto che frequento oramai da più di 20 anni e dove ho fatto le mie prime arrampicate… Non è per essere nostalgici, ma quando calpesti i sassi consumati del sentiero guardandoti intorno ed annusando l’aria, provi un intenso piacere a lasciarti cullare da quelle piacevoli sensazioni di deja-vu. Era piovuto tutta la notte ed il bosco di castagni gocciolava. Come se non bastasse, l’aria era umida e la nebbia saliva da valle. Quante volte era stato così? Mi sforzavo poi di ricordare quel posto con la neve, con il vento, in primavera e in estate… gli odori, i colori… e riuscivo quasi a percepirlo. Ma oggi per arrampicare era uno schifo… Tuttavia era lo stesso bellissimo essere lì, con tutti i sensi all’erta.

Il mio amico, il solito disfattista, questa mattina aveva esordito con un “troveremo tutto fradicio e non faremo nulla”. Ma io ero voluto partire lo stesso. Ed in effetti, arrivati sotto le placche che volevamo salire, per una via appena aperta, c’erano colate dappertutto. Era proprio impossibile scalare! Il rumore di una scavatrice ci fece trasalire. Un tempo non c’erano strade che arrivavano sin qui ma ora, siccome stavano costruendo un rifugio nuovo, ne avevano fatta una che tagliava a metà il grande bosco. Dissi al mio amico che era uno scempio non giustificabile. Strano che l’avessero permesso. “Sempre così. ” rispose “Han detto che era solo per il rifugio, poi tra un paio d’anni vedrai che l’apriranno al traffico solo per chi va a mangiare…e buonanotte! E’ successo proprio così nell’altra valle” Gli operai del cantiere lavoravano ed il silenzio abituale di questo posto era ormai, almeno per oggi, irrimediabilmente perduto.

Rassegnati, ci portammo allora sotto la parete gialla e strapiombante per fare una delle poche vie possibili. Era bagnata a tratti, ma decidemmo di attaccare ugualmente. Una fila di spit gialli, uno un metro dall’altro, indicava la via. Il granito era a tratti bagnato e pensai “sforziamoci almeno di arrampicare bene… tanto al massimo si rischia un volo di un metro”. Verso la metà del primo tiro la via attraversava una zona marcia di lastre gialle. Ogni blocco era avvitato con un ferro alla parete, ma continuavano comunque a suonare a vuoto. Lì gli spit erano ancora più vicini ma il mio amico, sempre il solito cinico, commentò “un giorno qui verrà giù tutto”. Il tiro chiave era fradicio, proprio come aveva predetto il mio compagno, ma gli spit erano talmente vicini che non ci fu bisogno di rinunciare. Mi divertii ad arrampicare in libera sul bagnato tanto per non dare ragione al mio compagno che aveva detto che non saremmo mai passati… qualche gioco bisognava pur inventarselo! Arrivammo senza molta storia all’ultimo tiro… “scendiamo, è brutto” disse il mio compagno. E te pareva! “No, finiamo la via, voglio vedere com’è…” A metà del tiro, su un muretto, trovai due prese scavate e scalpellate nel granito. Mi divertii a passare senza usarle, come per dare un senso alla giornata… ma la difficoltà era uguale, sempre 6a… Non c’era nemmeno più indignazione… solo tristezza. “Son scemi”… commentò il mio amico, che di stagioni ne aveva viste tante, più di 70… “ma tanto è così, ormai…”.

Scendemmo dalla cima con cinque doppie su scintillanti catene e fummo di nuovo alla base… contenti di aver almeno fatto qualcosa in una giornata proibitiva. La cosa più difficile della giornata fu mettersi le calze in bilico sulla cengia d’attacco, senza ribaltarsi di sotto… Una cordata sulla sinistra attaccava un’altra via e si lamentava del bagnato. Mentre salivano chiaccheravano di tutt’altro, come fossero seduti in poltrona. Mi fermai un poco a guardarli, e mi accorsi che andavano di chiodo in chiodo, meccanicamente… Era dunque questo il piacere a cui si appellavano i chiodatori di queste vie?

Il giorno dopo piovve dal mattino alla sera. Il pomeriggio andai allora a trovare un vecchio amico che non vedevo da qualche anno. Mi accolse sulla porta, ero grondante d’acqua. “Che hai fatto oggi?” gli chiesi. “Sono andato sino sulla Punta Maria!” “Ma come, non era brutto?” “Certo che era brutto…” rispose “ma questa non è una buona giustificazione per non andare!” E finì per citare Rebuffat “come in guerra, senza guerra, in piena libertà…” Ero allibito… mi sembrava di aver varcato un’altra dimensione. Mi fece vedere foto di pareti a 5 ore dal fondovalle, in valli pressochè dimenticate, dove stava aprendo delle vie… Gli luccicavano gli occhi. “Mi raccomando, non dire niente a nessuno…” “Ma scusa, chi vuoi che ci vada?” “Stai scherzando, spero… son le ultime linee logiche rimaste… una merce sempre più rara…” Sorrisi al pensiero dell’alpinista come un carbonaro, costretto a fare piani in segreto in cantina, per paura di venire scoperto dal regime… Ci lasciammo trasportare, proprio come una volta, nei labirinti senza uscita dei discorsi sulla logica e l’estetica. Intanto freneticamente muoveva il mouse sulla foto della parete, indicando con entusiasmo linee immaginarie. “Vedi questi tetti? Lì non so se si passa…” Ripensai a com’erano cambiati i tempi, quando invece le pareti vergini le guardavamo col viso schiacciato sui vetri, mentre l’altro guidava… Finchè non si fece tardi. Mi riavviai allora, sotto la pioggia battente, in una città più grigia che mai. Laggiù, da qualche parte oltre la città, stavano le montagne… invisibili.

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