LA SINDROME DEL CAIANO

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Nella foto: arrampicatori negli anni settanta sulla Torre Germana (Valle Stretta). Foto Maurizio Oviglia

La “Sindrome del Caiano”

Sovente ho scritto articoli un po’ polemici verso chi si allena molto a secco ed aumenta a dismisura la forza a scapito della tecnica, trovandosi poi a non saper come trasferire tutto l’allenamento acquisito sulla roccia. Per sgomberare il dubbio (certezza per molti) che sia di parte ed eccessivamente sarcastico verso questa categoria di scalatori, esaminiamo invece in quali rischi si incorre non allenandosi mai a secco o in falesia ma solo arrampicando su vie lunghe. Chi ama definirsi un “arrampicatore della domenica” oppure chi, come il sottoscritto, ha l’orticaria per l’arrampicata indoor e preferisce sempre e comunque andare in falesia, spesso incorre in un fenomeno da molti chiamato sarcasticamente “la sindrome del caiano”, in quanto ne sarebbero colpiti soprattutto gli istruttori del CAI, ovvero coloro che arrampicano sempre in montagna o in falesia e mai si abbasserebbero a lavorare una via o a frequentare una struttura indoor. Ma ne sono affetti moltissimi arrampicatori, sebbene molti di loro inconsapevolmente. Non vi preoccupate, non è nulla di grave, si tratta solo di una “stabilizzazione del livello”, ovvero si progredisce sino ad un certo punto ma poi percepisce netta la sensazione di non riuscire a fare meglio. Dunque ci si adagia su quel livello di difficoltà e ci si auto convince che non si riuscirà mai a salire di un gradino in più. Non solo, si arriva a dire di non essere interessati a migliorare, un po’ come la volpe della favola di Esopo, a cui non interessava l’uva. Per alcuni questo si traduce evitando tout court le vie da un certo grado in su, per altri (quelli meno puristi) “mungendo” selvaggiamente i rinvii quando le difficoltà diventano proibitive. Per questi ultimi conta ancora il “fare” la via e non il “come” la si fa, diciamo che sono ancora legati ad una visione alpinistica dell’arrampicata. Ciò non è sicuramente un peccato, ma certamente non si è sulla strada giusta per migliorare in arrampicata libera!
Prima di analizzare bene questa Sindrome, innanzi tutto è bene chiarire che parliamo di “livello” e non di grado massimo raggiunto, che son cose radicalmente diverse. Per livello si intende la capacità di salire a vista un certo grado, su quasi tutti i terreni e tipi di roccia, con una percentuale di successo vicina all’80%. Possiamo per ora limitarci all’arrampicata protetta, in quella trad il livello può scendere anche di molto, almeno rispetto a quello sportivo.
In genere tutti gli arrampicatori sono interessati a migliorare, anche se molti affermano di arrampicare solo “per la compagnia” o per “il paesaggio”. Chiunque debba condurre una cordata, o comunque ambisca a passarsi autonomamente una corda in sosta, sa che avere un livello superiore gli consente non solo di affrontare vie più difficili, ma anche quelle più facili con maggiore velocità e sicurezza. Per tutti coloro che vorrebbero migliorare ma sono convinti di essere bloccati e non riuscire a farlo, potete continuare a leggere queste brevi indicazioni. Chi invece è contento di essere un mediocre e anzi ne va fiero, può tranquillamente interrompere la lettura. Si può convivere con la “Sindrome del Caiano” anche tutta la vita, senza sintomi particolari e in apparente felicità! ☺

Eziologia

Si sente spesso dire che il “miglior allenamento per l’arrampicata è arrampicare”. Ciò è senz’altro vero, ma fino ad un certo punto. Se si arrampicano vie prevalentemente di un certo grado di difficoltà, senza tentare regolarmente qualcosa di più difficile, mentalmente (e fisicamente) si arriverà ad un blocco che determinerà l’impossibilità di migliorare. Invero, si raggiungerà una notevole padronanza tecnica e disinvoltura nel livello raggiunto, ma appena le difficoltà aumentano inesorabilmente si andrà incontro ad un fallimento.
Ci son naturalmente le eccezioni alla regola! Ci sono infatti quelli che dicono “io in montagna mi trasformo”, cioè incapaci di fare un certo grado in falesia ma poi improvvisamente di superarlo a 4-5000 metri, magari lontano dalla protezione. Questa categoria di persone viene normalmente canzonata senza pietà dai falesisti, che non ritengono verosimile una tale trasformazione. Ebbene sappiate che costoro sono sempre esistiti e sono senz’altro delle mosche bianche. Senza mettere minimamente in dubbio ciò che asseriscono di essere capaci a fare ad alte quote, dobbiamo per il momento credere loro sulla parola, dato che nessuno li ha mai visti bene o assisitito da vicino a queste loro performance (e non da una sosta 40 m sotto). Probabilmente la tecnologia ci sta venendo in aiuto, ed in futuro con i droni sarà possibile chiarire ogni dubbio. ☺

Diagnosi

Come si fa a capire di essere affetti dalla “Sindrome da Caiano”? E’ abbastanza semplice, ma raramente il paziente se ne accorge da solo, tendendo a rimuovere il problema e anzi, a mascherarlo con una serie infinita di scuse sintetizzabili con il classico “vorrei ma non posso” o la più simpatica variante che pronunziava sempre un amico: “non ce la faccio a farcela”… Ogni volta che si programma un’uscita si cercano vie di un certo grado e si tende a fare finta che le altre di impegno superiore non esistano. Ci si ritiene incapaci di affrontarle, non le si prova nemmeno, ma si tende subito a scartarle. Non si sta parlando di vie di montagna, dove affrontare difficoltà superiori al proprio livello comporta un rischio della propria vita! Ma di vie dove si rischia al massimo un voletto di pochi metri! Diciamolo chiaramente: piuttosto che andare incontro ad un fallimento si preferisce la sicurezza della riuscita. Alla fine della stagione, se si esaminano le vie fatte, sarà abbastanza semplice riscontrare come esse siano tutte dello stesso grado di difficoltà e raramente di grado superiore.

Sintomi

Malessere generale, ansia, tachicardia quando il socio propone qualcosa di più duro. Paura e panico quando si è lontani dal chiodo su una difficoltà oltre quella che si è convinti di fare, che per molti si traduce subito con una repentina ritirata. Il maillon rapide all’imbrago di un arrampicatore, infatti, può essere un segno abbastanza inequivocabile degli affetti da questa patologia. Altre manifestazioni più rare sono state riscontrate durante voli accidentali (sempre per sgommamento di piede o rottura di appiglio e mai intenzionali), identificabili con urla disperate di terrore, anche nel caso di voli di 30 cm o poco più. Non sono per il momento stati registrati attacchi epilettici.

Terapia

E’ importante che sappiate che guarire da questa Sindrome si può! Ma dovete innanzi tutto volerlo! Dovete cominciare a convincervi, e lo dico soprattutto a coloro a cui interessano solo le montagne e le vie lunghe, che la falesia esiste e va frequentata, e non è una semplice “palestra” di allenamento dove andare quando il tempo è brutto altrove. Fatto questo passo dovrete frequentare la falesia cercando di non incorrere nel medesimo atteggiamento che vi ha portato ad “ammalarvi”. Cioè non dovete andare in falesia con spirito da alpinista caiano, quello lo dovete lasciare alla montagna! In falesia la chiodatura a prova di bomba (è fatta per questo) normalmente consente di provare vie difficili che col tempo vi porteranno a “sbloccarvi” e lentamente a “guarire”. Gli arrampicatori che provengono dalle sale indoor sono cresciuti con l’atteggiamento diametralmente opposto, ovvero di provare qualcosa sempre oltre il loro livello: voi invece avete enorme difficoltà a farlo. Dovete vincere proprio questo blocco mentale! Come? Per esempio, dopo esservi scaldati, buttandovi su difficoltà che normalmente evitate. Se arrampicate bene sul 6a, dovrete cominciare a provare i 6b. Se state facendo una terapia corretta, questi non vi verranno al primo colpo, ma dovrete accettare (ed imparare ad accettare) l’insuccesso. Riprovare, ed eventualmente ritornare. Non fissatevi oltre misura su una determinata via, ma provate vie differenti di un grado che normalmente evitate ed eventualmente anche una di due step superiore, per vedere se riuscite a tenervi alle prese. Non siate rinunciatari, ma al contrario imparate ad avere grinta. E non dite subito che non fa parte del vostro carattere! Infine, non prendete tutto questo come una medicina necessaria, ma appassionatevi per quanto ci riuscite ad un gioco diverso, senza rinunciare a dargli la vostra interpretazione, finalizzata all’obiettivo che volete raggiungere. Dedicate alla falesia almeno una volta alla settimana, oppure se preferite un periodo preciso dell’anno in cui è difficile perseguire ciò che più vi interessa.

Terapie “particolari”

Molti “caiani” affetti gravemente dalla sindrome e maltrattati sul lavoro si iscrivono per disperazione nelle palestre indoor. Qualche anno fa era abbastanza triste vedere qualcuno di essi traversare di pannello in pannello, con le scarpette di due numeri più larghe (indossate ancora con i calzini). I tempi per fortuna ci hanno oggi affrancato da questa immagine. Il moderno caiano in sala inanella tiri su tiri, come si dovesse allenare per la nord del Civetta. Ma quasi sempre resta appeso prima della fine della via. Prova tutto, senza una precisa strategia. Provare tutte le vie restando regolarmente appesi è senz’altro meglio che non fare niente, ma anche il lavoro nella sala indoor va finalizzato e non va fatto a casaccio. Purtroppo gli “allenatori” di sala, quasi sempre affiliati alla FASI, disposti ad aiutare un povero “caiano” capitato tra le linee nemiche son sempre molto pochi, e non gli si può dare torto! ☺ ☺

Guarigione e recidive

La Sindrome del Caiano può divenire cronica solo se non si ha volontà di guarire, ma nel momento in cui il vostro interesse è aumentare di livello e quindi uscire da questa stasi, siete già sulla buona strada. Possono essere necessari pochi mesi come un anno, ma alla fine guarirete di certo e anzi, migliorerete progressivamente. Un po’ come accade nel dimagramento. Certamente la velocità dei miglioramenti dipende da voi. Se vi accontenterete ad un certo punto dei vostri risultati e non sarete interessati a migliorare oltre, ciò non significa che vi sarete “ammalati” nuovamente. Perché a quel punto saprete come fare a sbloccare questa situazione, e sarà decisamente più facile farlo solo con la vostra forza di volontà.

Maurizio Oviglia (Istruttore Nazionale di Arrampicata Libera del… CAI!!!)

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