L’ARTE DI ARRAMPICARE (2016)

Il termine “arte” è spesso usato a sproposito e l’arrampicata non fa eccezione. Non ho letto il libro di Comici, anche se l’ho visto arrampicare in alcuni filmati (e basterebbero questi), ma la prima volta che ho visto scritto nero su bianco il termine “arte” riguardo l’arrampicare è stato all’uscita del famoso libro di Paolo Caruso. Personalmente ho molto apprezzato il lavoro di Paolo ed il suo punto di vista sull’arrampicata, anche se talvolta son stato scettico sulle premesse. Penso che davvero questa “sua” visione sulla nostra attività possa assimilare l’arrampicata ad un arte… marziale, più che ad uno sport.

Non nascondo che, e chi mi conosce lo sa bene, a metà degli anni ottanta avrei preferito che l’arrampicata prendesse questa direzione, piuttosto che quella sportiva. Mi sarebbe piaciuto che i meriti fossero riconosciuti non in base ai gradi raggiunti, ma in base ad una serie di capacità acquisite, come avviene in oriente per le cinture. 30 anni fa questo distinguo non era necessario: chi faceva l’8a era un arrampicatore bravo ovunque, su qualunque terreno, senza bisogno di verifiche. Quando gli americani avevano insinuato che Edlinger non fosse bravo sul granito degli States, lui era andato là e aveva dimostrato il contrario. Anche gli inglesi pensavano che i francesi avessero paura e fossero capaci a scalare solo con lo spit sotto, sinchè Lemenestrel non fece Revelation slegato.

Ma le cose sono andate diversamente. Oggi (quasi) nessuno insegna l’arte di arrampicare, si insegna la “tenenza” (per usare un termine moderno) che è una cosa diversa, molto diversa. L’arrampicata ha preso una direzione sportiva, giusto o non giusto che sia, così sono andate le cose. Conta il numero, come nell’atletica conta il tempo. Lo stile? Baggianate, per vecchi nostalgici! La tecnica? Minkiate, basta tenersi e poi viene. Scalare una via “bene”? A che serve? Conta la catena… Tutte cose lecite, per carità, è un punto di vista, ma non l’unico per fortuna. Ma non usiamo il termine “arte” a sproposito, per favore!

La scorsa settimana mi sono iscritto in una palestra di arti marziali. Non voglio combattere per carità, ma solo fare stretching, magari tai chi… secondo me utilissimi (oserei dire fondamentali) all’arrampicata, come peraltro diceva Paolo Caruso nel suo libro. Ma già prima Edlinger nel suo manuale. Continua a colpirmi il rispetto che viene riservato nelle arti marziali al “maestro”. Nell’arrampicata tutto questo non esiste, si rispetta (e spesso neanche) chi ha fatto certi gradi, come se automaticamente ciò gli desse il patentino di istruttore. Anche se non desidera insegnare, lui è uno che sicuramente “sa” quello che bisogna fare per diventare “bravi” come lo si intende oggi… Diversamente, impera il “fai da te”. Ognuno ha la sua ricetta, ognuno è allenatore di se stesso, occasionalmente (e male) del compagno di cordata.

Molti arrampicatori dei primi anni novanta si sono rovinati per aver fatto allenamenti sbagliati, per non parlare di tutti quelli (o continuiamo a nascondercelo?) dopati. A ragion del vero ci sono un paio di “preparatori atletici” che insegnano bene la “tenenza”, e che lo fanno anche con passione. Poi tutto il resto, ciò che è “arte”, sembra che tu la debba acquisire non si sa bene dove. O che debba nascere avendola dentro di te… Il fantomatico “talento”… forse! E Comici, di talento sicuramente ne aveva da vendere!

(da facebook)

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